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Dieci statue in marmo da vedere almeno una volta nella vita – in Italia

by in Marmo
pietà

Estate di Covid-19. Il turismo è in ginocchio e, di conseguenza, anche buona parte dell’indotto artistico e museale. Eppure anche in queste situazioni di difficoltà, possono esserci degli aspetti positivi. 

Arrivano da ogni dove gli incoraggiamenti a restare in Italia e, in effetti, sono stati in molti a scegliere le ferie in Italia. L’estate tuttavia è ancora lunga e, oltre a meritatissime e agognate giornate al mare, si possono visitare le città d’arte. Uno dei vantaggi, ora, è che si possono praticare alcuni luoghi senza estenuanti e interminabili code o liste d’attesa. Ovviamente, sperando che tutto torni presto alla normalità e che il nostro sterminato patrimonio artistico torni a essere ammirato dal mondo intero. Intanto però, non c’è nulla di male ad approfittarne e a organizzare brevi gite.

Noi che amiamo l’arte marmorea, vogliamo consigliarvi dieci statue in marmo che assolutamente non possono mancare al vostro bagaglio culturale. Almeno una volta nella vita vanno viste, ma anche viste meglio, con occhio maturo, se ad esempio siete fra quelli che le hanno potute ammirare solo in gioventù, magari grazie a gite scolastiche o a vacanze con i genitori.

Questa non è una classifica, infatti ve le proponiamo senza alcun ordine particolare.

Venere Italica

Venere Italica – Antonio Canova – Firenze, Galleria Palatina

Che Canova sia uno dei più grandiosi artisti del marmo della storia, è un dato di fatto. Alcune sue opere sono meno visitate di altre, pur essendo universalmente riconosciute come patrimonio inestimabile dell’arte universale. È il caso della Venere Italica, ispirata al concetto della Venus Pudica, ritratta sempre nell’intento di celare la propria bellezza con un telo.

Per realizzare quest’opera, Canova utilizzò il suo consueto “tocco diretto”, la particolare tecnica, mescolata a innegabili capacità personali, di rendere l’idea della pelle, le morbidezze della carne e le meravigliose sfumature proprie dell’arte classica. L’artista utilizzò, sul marmo bianco di Carrara, un particolare impasto morbido e di colore rosa tenue. La statua fu a lungo esposta a lume di candela, proprio per esaltare la meraviglia del chiaro-scuro, l’avvenenza delicata delle forme e la loro plasticità nello spazio.

All’interno della sterminata proposta degli Uffizi, dunque, non si dimentichi di passare per la Galleria Palatina, dove questa Venere, regina fra le statue in marmo, tenta di celare le sue grazie agli occhi del pubblico.

Ercole Farnese

Ercole Farnese – Glicone di Atene – Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Il trionfo del coraggio, il riscatto dell’uomo sulle prove di divinità gelose e capricciose. Glicone di Atene volle esaltare il mito del figlio di Zeus che, superate le dodici prove, ottenne l’immortalità. Al termine delle sue famose dodici fatiche, l’eroe si riposa poggiando il braccio sulla sua clava. Nella mano destra, visibile solo nella parte posteriore, tiene stretti pomi d’oro rubati alle Esperidi. Dopo aver fatto parte per lungo tempo della collezione Farnese, questa statua è stata spostata nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, scrigno di molti altri tesori e meritevole di più di una visita. Nel 1546 la statua venne rinvenuta, per caso, durante alcuni scavi presso le Terme di Caracalla. Ai tempi, alcune parti, tra cui i poderosi polpacci, erano gravemente danneggiati. Il suo restauro fu affidato ad alcuni allievi di Michelangelo. L’attribuzione a Glicone è stata immediata, in quanto lo scultore firmò l’opera incidendo il suo nome a chiare lettere sul basamento.

Apollo e Daphne

Apollo e Dafne – Gianlorenzo Bernini – Roma, Galleria Borghese

Uno dei capolavori assoluti dell’arte universale, si ispira a un episodio narrato da Ovidio, nelle sue Metamorfosi. Apollo, innamorato della ninfa Dafne, cerca di conquistarla e di possederla. Lei però preferisce venir trasformata in un albero di alloro, per continuare ad appartenere al mondo silvano a cui è votata, e a nessun uomo. Il gruppo marmoreo raffigura proprio l’istante della trasformazione, in un sapiente intreccio di capelli, dita e fogliame, proprio un momento prima che il dio possa stringere la ninfa tra le sue braccia.

Le foglie e le radici, tuttavia, non furono scolpite dal Bernini, ma dal suo giovane amico e collega Giuliano Finelli, che lo aiutò a completare l’opera nei tempi richiesti dal committente. Lo sviluppo di questa scena nello spazio, rispettato nell’esposizione all’interno della Galleria Borghese, restituisce tutto l’intento narrativo che lo scultore volle imprimerle: si deve girare intorno all’opera per assistere al compiersi di questo prodigio, reso possibile dal padre di Dafne, Peneo. A questo punto si può godere di un magnifico movimento a spirale, dato dall’arco dei due giovani corpi e dal rigonfiamento del manto di Apollo.

Il dio ha il volto in ansia, i muscoli tutti in tensione nel tentativo di catturare il suo amore. Tuttavia la scena non ha alcun segnale di sopraffazione o di violenza: la sua mano sinistra semplicemente cinge il corpo dell’amata, una creatura delicatissima e sfuggente.

David

David – Michelangelo – Galleria dell’Accademia

Uno dei simboli dell’Italia all’estero, il David è una delle statue in marmo più riprodotte a scopi commerciali un po’ ovunque. Tanto che spesso viene confusa con la sua riproduzione in Piazza della Signoria. Invece il “vero” David è collocato in un’area appositamente realizzata per ospitare il gigante marmoreo, dopo diverse dispute e spostamenti al riguardo. 

Il Buonarroti realizzò una vera e propria impresa titanica, scolpendo un enorme blocco di marmo già sbozzato in precedenza da altri artisti, che avevano fallito poiché presentava innumerevoli fragilità e difetti. Ancora giovanissimo, Michelangelo non si arrese, anzi colse l’occasione ben cosciente che la riuscita gli avrebbe portato una gloria senza precedenti.

Basandosi sul mito di David, fu il primo a rappresentarlo giovane, adolescente, nel pieno della sua prestanza fisica, e non con la testa del gigante Golia già ai suoi piedi. David è raffigurato nel momento in cui sta per apprestarsi alla lotta, ancora a riposo su una gamba, ma già teso, concentratissimo, con un’espressione facciale che racchiude in sé tutti i valori della forza e dell’intelletto. Nella mano destra, più grande rispetto alle proporzioni naturali così come la testa, l’eroe stringe il sasso con il quale ucciderà il gigante.

Michelangelo realizzò un’opera che sembrava impossibile e che oggi, compreso il suo basamento, è alta più di cinque metri e rappresenta il paradigma della bellezza maschile, il perfetto esempio di ciò che è stato il Rinascimento Italiano.

Cristo Velato

Cristo Velato – Giuseppe Sanmartino – Napoli, Cappella Sansevero

Uno dei capolavori dell’arte marmorea mondiale è conservato in una cappella privata, tuttavia aperta al pubblico. Il corpo del Cristo morto è rappresentato in dimensioni reali, a grandezza naturale, il che conferisce, assieme alla assoluta impalpabilità del velo, una veridicità all’opera senza precedenti. Addirittura i contemporanei misero in giro una voce, una sorta di leggenda, secondo la quale il committente Raimondo di Sangro, appassionato ed esperto di alchimia, avesse insegnato una formula per la marmorizzazione della stoffa, pertanto che si trattasse di un vero velo tramutato in pietra. In effetti, l’incredibile leggerezza impressa nel marmo rivela, anziché celare, tutte le fattezze del Cristo che giace defunto. Addirittura sulle sue mani, in particolare sul dorso della destra, sono ben visibili persino le ferite dei chiodi lasciate dalla crocifissione. Questo perché nel Settecento il tema di un corpo velato, ricorrente soprattutto nelle figure femminili, costituiva una sorta di furba autocensura, consentendo di mostrare le forme che normalmente andrebbero nascoste, con la giustificazione del velo.

Ai piedi del Cristo, l’artista ha scolpito i simboli della Passione: la corona di spine, i chiodi, le tenaglie. La statua, poggiata su un basamento e due cuscini rigidi, che per contrasto restituiscono ulteriore impalpabilità al velo, ha un effetto drammatico per via di una scelta ben precisa: il corpo non è composto, come si fa al momento di una sepoltura. Al contrario, è rilassato, le braccia lungo il corpo, il volto che cade da un lato, come se esalasse l’ultimo respiro.

Leone

Il Leone di San Marco – Venezia, Piazza San Marco e varie

Non è una statua specifica, anche se il più noto è il rilievo che si trova in Piazza San Marco: il Leone di San Marco (detto anche Leone Marciano o Leone Alato) è una presenza costante in tutta la città lagunare e anche in tutti quei luoghi che sono stati sotto il suo dominio nel tempo. Addirittura, nell’agro pontino, è un tema ricorrente, in quanto larga parte della popolazione del luogo proveniva da terre venete.

Il Leone è il simbolo di San Marco stesso, ma indica anche l’angelo in forma di leone che apparve all’evangelista, pronunciando le parole “Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum” (Pace a te, Marco, mio evangelista. Qui riposerà il tuo corpo). Infatti il leone è rappresentato con un libro, quasi sempre aperto, recante proprio le parole dell’angelo.

A parte il Leone Alato, Venezia è letteralmente disseminata di leoni in marmo. L’esperienza, passeggiando per la città, che si ottiene cercando i Leoni è unica: i felini sono collocati in più punti, per dare lustro ulteriore all’architettura urbana. Tuttavia, lo spettatore più attento non faticherà a trovare una certa narrativa in tutto questo, una palese celebrazione alla città e alla sua storia. 

Estasi di Santa Teresa

L’estasi di Santa Teresa d’Avila – Giovan Lorenzo Bernini – Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria

Una delle più celebri e teatrali opere del Bernini, si rifà a un episodio privato della vita della santa. Non si tratta propriamente di un’estasi, bensì di una tansverberazione (o assalto del Serafino): un oggetto appuntito rappresentante l’amore del Divino trafigge il fedele provocandone la forte reazione mistica. 

Il gruppo marmoreo sembra protendere in avanti nello spazio, con il serafino che scosta la veste di Santa Teresa per meglio trafiggerla con l’amore di Dio. La veste di lei, il suo corpo, il piede sembrano librarsi nello spazio. Il panneggio della veste è copioso e fluente, molto diverso dalle rigide e algide vesti con cui i contemporanei raffiguravano le donne, specie in un soggetto religioso. Al momento, fissato nel marmo, è stata conferita una immensa drammaticità, esaltata dalla tensione del corpo di Teresa d’Avila, dal capo rovesciato all’indietro, dall’espressione del volto, con le sensuali labbra socchiuse nel pieno dell’estasi… L’opera è stata per lungo tempo considerata scandalosa e diversi testi di psicanalisi la prendono ad esempio. L’angelo può simboleggiare Cupido che trafigge con la sua freccia, e l’innegabile erotismo dell’opera può essere “superato” solo se si accetta di trovarsi di fronte a un’estasi mistica.

Il gruppo statuario è stato inserito in un’edicola di marmi policromi, che lo chiudono come dentro un proscenio. Il Barocco è noto per restituire teatralità a ogni cosa. In questo modo, l’evento privato della santa diviene pubblico. Per accentuare il tutto, una luce gialla è stata posta sul fondo. I raggi di bronzo dorato che cadono dall’alto rendono l’effetto ancora più teatrale e mistico insieme. Per completare il tutto, due palchetti, come a teatro, sono stati collocati ai lati dell’edicola. Al loro interno sono ospitate le statue raffiguranti i membri della famiglia committente, proprio come se assistessero alla scena della transverberazione in un dramma.

Pudicizia

La pudicizia – Antonio Corradini – Napoli, Cappella Sansevero

Torniamo a Napoli, all’interno di questa splendida cappella privata e torniamo a parlare di un’altra statua velata. La Pudicizia (o Verità velata) fa parte del gruppo di statue allegoriche dedicato alle dieci virtù, scolpite da diversi artisti e commissionate da Raimondo di Sangro. Anche e soprattutto in questo caso, il velo serve in realtà a svelare, a mostrare le splendide forme del corpo femminile.

Questa opera rococò è l’ultima delle donne velate del Corradini, che per tutto il corso della sua carriera si dedicò a rendere l’impalpabilità e insieme il peso del velo che cade sui corpi, aderendovi e, di fatto, svelandoli, ma senza farli risultare lussuriosi. Del resto, il volto della Pudicizia, con lo sguardo volto verso un altrove indefinito, è lontanissimo dalla sensualità del suo corpo. Il movimento impresso dal chiasmo della posizione della donna, insieme a questa delicatissima espressione facciale, la rendono quasi una figura divina, anziché terrena. Si suppone che la lussuria fosse l’ultimo dei sentimenti che si volesse intenzionalmente generare in quanto la statua, allegoria anche della Sapienza, fu dedicata a Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre del committente.

Ratto delle Sabine

Il ratto delle sabine – Giambologna – Firenze, Loggia dei Lanzi

Un giovane romano rapisce un’avvenente ragazza. Ai loro piedi, un uomo più anziano è incapace di fermare questo crimine. Si può supporre che il vecchio sia il padre della ragazza. Questo è quanto rappresentato dal gruppo marmoreo del Ratto delle Sabine (da molti chiamato anche Le tre età dell’Uomo), che semplifica in un’unica scena il rapimento di massa da parte dei romani. Giambologna ottenne la sua fama piuttosto velocemente, distinguendosi per la capacità di scolpire figure femminili in pose insolite e molto sensuali. In particolare, il gruppo scultoreo del Ratto delle Sabine vibra per la potenza narrativa impressa nelle figure, attraverso un movimento a spirale che si sviluppa in altezza e nello spazio. Per poter meglio ammirare ciò che accade, lo spettatore deve muoversi intorno alla scultura, ai suoi vuoti e alle sue masse, sapientemente ottenuti da un’unico blocco di marmo.

I volti della giovane e dell’anziano, così come le loro mani sinistre, sono speculari. Il terrore dipinto nei volti, la rassegnazione per non poter far nulla per evitare ciò che sta accadendo. La mano del vecchio sembra voler agire, ma poi serve solo a celare l’orrore agli occhi; quella della ragazza cerca di invocare la libertà dall’alto.

Dopo il David di Michelangelo, le sculture a Firenze tendevano ad essere imponenti. Per questo, il gruppo statuario è alto più di quattro metri.

pietà

La pietà – Michelangelo Buonarroti – Città del Vaticano, Basilica di San Pietro

L’epitome della bellezza, della perfezione, della dolcezza. Michelangelo impresse nel marmo dei sentimenti puri, che nessun altro è ancora riuscito ad eguagliare. In quello che viene universalmente considerato il suo capolavoro, ha scolpito un episodio non narrato nei Vangeli: il corpo del Cristo morto che viene deposto dalla croce e per un attimo sua madre può accoglierlo tra le sue braccia. Immortalato nel marmo bianco c’è un momento di estrema dolcezza e amore: la disperazione di una madre che ha perso suo figlio e la fiducia della Serva di Dio nella volontà che sta per compiersi. Ciò è reso alla perfezione dal semplice gesto della mano destra di Maria. Il suo volto è sereno e giovane, persino più giovane di quello del figlio.

La veste dalla Madonna, con un importante drappeggio, conferisce tutto il sostegno necessario al corpo del Cristo.

La pietà è l’unica opera che Michelangelo ha voluto firmare: una fascia traversa il corpo di Maria e su di esso è scolpito, in latino, “lo fece il fiorentino Michelangelo Buonarroti”.

Leggi anche: Luciano Massari e il marmo. Un amore lungo una vita

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